Siamo giunti alla fine di questo appuntamento con i racconti e le memorie dal 2Days Prog + 1 di Veruno (NO), un’esperienza vissuta a settembre scorso che ancora continua a disegnare emozioni e suggestioni nelle mie orecchie e nel cuore, per gli strascichi che ha avuto nella mia vita “musicale”.

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Iron Butterfly (photo by Enrico Rolandi)

Ci eravamo fermati al gran finale, agli attesissimi Iron Butterfly, vera ciliegina sulla torta di questa tre-giorni per il fascino che ancora oggi emana quella “In-A-Gadda-Da-Vida”. Ho già avuto modo di spiegare più volte che è stato mio papà Giuseppe, con la sua enorme passione per il Prog, a “trascinarmi” a Veruno (e non smetterò mai di ringraziarlo), e degli Iron Butterfly me ne aveva parlato tantissimo prima di partire. Perciò ho deciso che era lui la persona più adatta per “chiudere” in bellezza, per raccontare le emozioni di questo gruppo che ha davvero fatto la storia del rock.

Iron Butterfly

Ray Weston (photo by Vincenzo Nicolello)

Nati a San Diego nel 1965, gli Iron Butterfly hanno attraversato oltre mezzo secolo di musica, con tanti cambi di formazione. «Ero ben consapevole che quella che avrei visto quella sera non era, per ovvie ragioni anagrafiche, la band originale – mi confessa mio padre – ma so che alcuni membri hanno ricevuto l’investitura “ufficiale”, come il batterista Ray Weston, nominato successore dal settantaquattrenne Ron Bushy, ormai anziano e stanco».

Siamo entrambi d’accordo che la band attuale è esplosiva: Martin Gerschwitz troneggia dietro l’organo Hammond e sfodera una voce superba, come anche Eric Barnett alla chitarra e Dave Meros al basso; line-up completata da Michael Green alle percussioni.

Eric Barnett (photo by Enrico Rolandi)

Mio papà si è reso poi conto solo in quel momento di quanto fosse piena la Piazzetta della Musica di Veruno, e di quante persone è stata in grado di contenere. Si era posizionato più indietro, sull’altura, e vedendo la moltitudine di teste davanti a lui è rimasto veramente colpito: «Le prime note hanno invaso l’affollata notte verunese, e sono state energia pura. L’entusiasmo è cresciuto, brano dopo brano, con un sound decisamente americano, asciutto, spettacolare, senza fronzoli. Davvero coinvolgente».

Il finale

Martin Gershwitz (photo by Enrico Rolandi)

Arriva infine il momento più atteso: l’inconfondibile intro di organo annuncia il brano che tutti aspettavamo, “In-A-Gadda-Da-Vida”, la title-track del secondo album della band, una suite di 17 minuti del 1968 che ha donato la fama e il successo agli Iron. Il nome del gruppo è legato indissolubilmente a questo pezzo. Confesso candidamente che era la prima volta che lo ascoltavo. L’ho trovato ipnotico, trascinante, acido, psichedelico, ma nello stesso tempo di facile ascolto nonostante la lunghezza, che dal vivo aumenta per via dei pregevoli assoli, fra cui quello di batteria, che scatena l’entusiasmo del pubblico. E con questo crescendo di fuochi pirotecnici si chiude il Festival tra una moltitudine di sentimenti contrastanti, adrenalina che scorreva ancora nelle vene, e una comprensibile malinconia per l’imminente ritorno a casa e alla “vita normale”.

…ma sarà solo un arrivederci!

Cosa rimane, allora, nel cuore e nelle orecchie di una giornalista mainstream, dopo il suo primo festival prog? Di colpo rispondo: la voglia di tornare. Perché su questo non ho dubbi: a Veruno 2020 ci sarò, ma anche a Veruno 2021 e 2022, e via dicendo.

Michael Green (photo by Vincenzo Nicolello)

L’atmosfera che ho vissuto in questi tre giorni, così totalizzante, così “lontana” da me, ma con cui è stato bellissimo trovare dei punti in comune, è stata davvero una sensazione indescrivibile a parole. Vedere la macchina festivaliera che si muove alla perfezione (e ci tengo ancora a ringraziare l’anima del 2Days Prog + 1, Alberto Temporelli), l’altissima qualità musicale che viene offerta gratuitamente a chiunque passa da quella piazzetta nel corso dei tre giorni, i momenti di socializzazione e condivisione che si creano, hanno reso questa esperienza una delle più formative a livello musicale di tutto il mio percorso, personale e professionale. E che porta con sé i suoi strascichi, grazie agli ascolti delle band conosciute a Veruno, grazie alle chiacchiere sui social, grazie a chi mi ha scritto perché è “felice” che in Italia il Prog non sia morto.

E che mi ha lasciato sbigottita: «Morto? Il Prog è più vivo che mai, venite a Veruno 2020 e ve ne accorgerete!».


Per chi si fosse perso le puntate precedenti:
https://www.prog-on.it/?s=veruno

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