Esce in Inghilterra “Let It Be”, l’ultimo album in studio dei Beatles. Il disco, che doveva chiamarsi “Get Back”, vede la luce dopo oltre un anno di lavorazione e di rinvii. Il progetto partì a gennaio del ‘69 dapprima presso gli Studi cinematografici Twickenham di Londra, per continuare successivamente negli studi Apple, a Savile Row.

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L’intenzione era quella di presentare un lavoro stilisticamente differente da quello delle ultime perfette incisioni del gruppo: “in presa diretta”, ossia più grezzo, e in una dimensione vicina a quella live, senza ricorrere a sovra-incisioni o trucchi di studio. Il titolo “Get Back” voleva quindi sottintendere una sorta di ritorno al passato.

Il progetto originario includeva la realizzazione di un film-concerto per la televisione, nel quale il gruppo avrebbe eseguito le nuove canzoni dal vivo in una location suggestiva. L’atmosfera litigiosa delle session portò ad accantonare l’idea del film concerto. Il bizzarro compromesso fu un concerto improvvisato, della durata di poco più di mezz’ora sui tetti della Apple, il 30 gennaio 1969.

Alle session e al mini concerto partecipò anche il tastierista Billy Preston, un vecchio amico del gruppo, che George Harrison invitò a suonare, anche per stemperare le tensioni all’interno della band.

L’ingegnere della EMI Glyn Johns si occupò delle registrazioni, e a fine maggio del ‘69 presentò al gruppo una prima versione dell’album, denominato Get back With Don’t Let Me Down And 9 Other Songs“. Per la copertina utilizzò uno scatto di Angus McBean, che ritraeva i Beatles sulla rampa di scale della EMI, come nell’album di esordio “Please Please Me” del ‘63.

Il gruppo però non approvò il disco: giudicò il suono troppo povero e non adatto ai gusti del pubblico.

Con la scusa di ritardi nel confezionamento dell’album e nella post-produzione del film-documentario, il gruppo rimandò più volte la pubblicazione del disco. A marzo del 1970 decisero finalmente di affidare le registrazioni al famoso produttore Phil Spector, che ne modificò profondamente la stesura originale.

Il risultato finale è un album troppo rimaneggiato: sintomatico è il caso di “The Long And Winding Road” di McCartney, che nacque inizialmente come una ballata per canto e pianoforte, ma che Spector appesantì con archi e cori. McCartney quando ascoltò la versione stravolta del suo brano fece il possibile affinché la canzone non fosse prodotta sotto quella forma. Ma il suo tentativo fallì, e decise così di lasciare il gruppo: lo fece rendendolo noto in un inserto sotto forma di auto-intervista presente nelle copie promozionali del suo primo album in uscita il 17 aprile 1970.

I Beatles decisero di chiamare l’album “Let It Be”, perché il titolo “Get Back”, riferito a un singolo pubblicato circa un anno prima era ormai vecchio. Ma a questo punto, tutti sapevano che i Beatles non esistevano più.

Il disco “definitivo” include solo 10 canzoni, più un pezzo di poco conto, intitolato “Dig It”, nel quale Lennon utilizza una libera associazione di nomi e una versione di una vecchia canzone di Liverpool “Maggie Mae”, peraltro incompleta. Nella versione definitiva dell’album, “Don’t Let Me Down” è stata esclusa, è il B-Side del singolo “Get Back”, “Teddy Boy” sarà pubblicata nel primo album solista di Paul, e anche la cover “Save The Last Dance For Me” sparisce.

Oltre a essere quindi l’album più corto dei Beatles, è anche il più costoso, perché verrà commercializzato, almeno in Inghilterra e in Italia, come un piccolo pacco contenete il libro fotografico “Get Back”. In America il disco sarà venduto senza libro, e quest’ultimo diverrà un articolo costoso per collezionisti.

Su iniziativa di Paul McCartney, a distanza di oltre trent’anni (il 18 novembre 2003) uscirà “Let It Be… Naked”, in linea con le intenzioni originali dell’album, con arrangiamenti più scarni e missaggi differenti. L’album escluderà “Dig It” e “Maggie Mae”, includerà “Don’t Let Me Down” e una lunga traccia denominata “Fly On The Wall” contenente materiale inedito.

Ascoltiamo ora una versione alternativa del brano “Let It Be”, tratta dal film documentario omonimo uscito nelle sale cinematografiche a circa due settimane di distanza dall’album.

 

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