Paul McCartney pubblica “Band on the Run”, il quinto album della sua carriera solista ed il terzo con il suo gruppo “The Wings“.

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L’avventura di Band on the Run sembrava condannata sin dall’inizio. Sebbene Paul pensasse che sarebbe stato interessante registrare l’album in Nigeria, era partito quasi senza niente, poichè due membri del gruppo (Andy Seiwell ed Henry McCullough) avevano dato le dimissioni proprio all’aeroporto.

La protesta era la solita, cioè che a loro non piaceva essere utilizzati come strumenti del lavoro di McCartney.

Era certamente un problema emerso da tempo (George, Ringo e John non si erano forse sentiti utilizzati anch’essi in particolari periodi?) ma non si poteva fare a meno di pensare che Seiwell e McCullough potessero avere motivi migliori per giustificarsi.

Dopotutto non era McCartney ad averli ingannati: ciascuno sapeva che il gruppo era in realtà il “suo” gruppo e che non era amministrato come un consiglio comunale. Era ragionevole che spettasse a Paul prendere tutte le decisioni e scrivere tutte le canzoni, perchè era “lui” il gruppo. Tutte le volte che aveva democraticamente lasciato che gli altri membri del gruppo spiegassero le ali (Wings, appunto) i risultati non erano stati soddisfacenti.

Quell’abbandono lasciò McCartney alle prese con un mucchio di problemi, poiché il gruppo ora non era costituito che da lui, la moglie Linda e Denny Laine. Comunque decise che questa volta avrebbe registrato un album che gli avrebbe reso giustizia, così tramutò questo inconveniente in un trionfo, il più grande della sua carriera del “dopo Beatles“.

Scrisse il materiale mentre era in Africa, doppiando accuratamente tutti gli strumenti supplementari occorrenti.

Le canzoni erano ben arrangiate e sia le melodie che i testi (che esploravano i temi della fuga, dell’inseguimento e della libertà) erano notevoli. C’erano dei veri momenti di perfezione lirica.

Il pezzo che attirava tensione più di ogni altro era l’ultimo del primo lato, “Let me roll it”, che era lo squillo finale del prolungato, e qualche volta malevolo, alterco pubblico tra Lennon e McCartney. Evidentemente ora questa ostilità era conclusa. Let me roll it era un affettuoso omaggio al lavoro della Plastic Ono Band, con un pezzo vocale in cui McCartney riusciva a sembrare più Lennon che McCartney e con un inconfondibile urlo primitivo alla fine. Era proprio brillante.

Non si poteva fare a meno di intuire lo sforzo rigoroso di McCartney per ottenere gli effetti voluti ed elaborare una gentile parodia di Lennon. Risulta evidente l’impegno per forzare al massimo la sua energia creativa, per evitare un fallimento. Ovviamente sarebbe stato difficile per McCartney essere così disciplinato in circostanze normali, ma sembrava come volesse puntare più frequentemente verso questo tipo di sforzo intenso.

L’album era pesante in certi punti, nonostante il fatto che alcuni pezzi toccassero l’apice musicale; il difetto principale consisteva in un certo sovraccarico a favore della prima facciata dell’album (laddove erano presenti brani eccellenti come la title-track, “Jet”, “Bluebird” e la già citata Let me roll it).

Perseverando nella seconda parte, si scopriva un pezzo intitolato “Picasso’s last words”, non particolarmente riuscito. Nondimeno, il ritornello era divertente (a quanto pare, Dustin Hoffman aveva confidato a Paul le ultime parole proferite da Pablo Picasso: “Bevete per me, bevete alla mia salute, sapete che non posso più bere”) ed i versi avrebbero potuto essere eccellenti quando McCartney compose la melodia per accompagnarli, ma fu uno sbaglio perdonabile, vista la stupenda qualità dell’album.

Il pubblico non reagì subito, in gran parte a causa degli ultimi dischi poco convincenti di McCartney, per cui le vendite si accumularono durante il 1974.

L’album era il primo, prodotto da un ex Beatle, ad essere correttamente promosso dal punto di vista della commercializzazione, con un’intelligente strategia, pianificata con singoli lanciati ad intervalli giudiziosi, in modo tale da vendere bene e costantemente per l’intera durata dell’anno.

Comunque il merito del suo successo non era da attribuire al piano di commercializzazione, ma al fatto che era un gran bel disco. Prima della fine dell’anno ne furono vendute 750.000 copie in Gran Bretagna, che lo trasformarono nell’album della EMI più venduto della decade.

Ci vollero più di tre anni e mezzo, ma tutti quelli che, al momento della separazione dei Beatles, avevano predetto l’enorme successo commerciale di Paul McCartney non furono smentiti.

Negli Stati Uniti ne furono vendute oltre cinque milioni di copie e l’album figurò nelle hit parade per più di tre anni.

Band on the Run segnò quindi un vero punto di svolta per McCartney che, da quel momento in poi, non avrebbe mai più dimenticato la ricetta per produrre dischi di successo.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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