Nel febbraio del 1965, quattro studenti del college chiamati Syd Barrett, Richard Wright, Roger Waters e Nick Mason formano una band chiamata Pink Floyd. Iniziano come cover band blues, e diventano presto il volto della scena musicale underground londinese prima di diventare una band con due singoli di successo: “Arnold Layne” e “See Emily Play“. Nel febbraio del 1967 ricevono un contratto discografico dalla EMI e si recano subito agli Abbey Road Studios per registrare il loro primo album.

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Quello che viene fuori dall’agosto del 1967 probabilmente è l’album psichedelico più strano mai realizzato: “The Piper At The Gates Of Dawn“.

Se guardiamo indietro ad alcuni dei grandi album psichedelici usciti quell’anno (“Sgt. Pepper…” dei Beatles, The Doors, “Disraeli Gears” dei Cream, “Are You Experienced?” dei The Jimi Hendrix Experience, “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane), Piper non rassomiglia a nessuno di questi. Il titolo ha qualcosa di infantile e ingenuo (è tratto da un capitolo del classico per bambini “The Wind In The Willows“), ma l’album è un vero assalto ai sensi. È come se i Pink Floyd fossero il pifferaio e stessero aprendo le porte a una nuova alba di psichedelia e musica. Nessuno degli album citati in precedenza temeva di risultare strano, ma ognuno di essi aderisce a una struttura coerente, seppure intricata. Piper invece è un album che si rivela strano sin da subito, che non ha paura di addentrarsi in luoghi e richiami a volte inquietanti.

Piper vuole essere un album ultraterreno, e raggiunge questo status con stravaganze strumentali da un lato, e con curiose canzoni fiabesche dall’altro.

Nella prima traccia, “Astronomy Domine“. Oltre ad avere un grande testo poetico e bellissime armonie di Barrett e Wright, c’è la chitarra slide di Barrett, che ti porta nello spazio come nessun altro brano del movimento psichedelico di quegli anni.

Ancora, “The Gnome“, la canzone folk acustica in cui Barrett canta su un piccolo gnomo chiamato Grimble Gromble, è divertente, spensierata e buffa. Ci sono stati molti tentativi in quel periodo di realizzare canzoni psichedeliche ispirate a fiabe (“Phenomenal Cat” di The Kinks e alcune canzoni di Donovan), ma nessuna di queste si è mai avvicinata alla pura gioia infantile che è “The Gnome“.

Tuttavia, forse la canzone più forte dell’album è quella che combina il cosmico, la fanciullezza e persino il rock n ‘roll. “Lucifer Sam” rivaleggia con “Astronomy Domine” per essere la migliore canzone dell’album, e nonostante il suo riff minaccioso, liricamente è una canzone ispirata al gatto siamese di Barrett, Sam.

Bike” è una canzone birichina con una combinazione di melodie elementari ma affascinanti, voci e testi infantili di Barrett (“Ho un topo e non ha una casa / Non so perché lo chiamo Gerald”) e suoni sperimentali e rumori.

Non c’è davvero una brutta canzone in questo album e anche le canzoni più deboli (“Take Up Thy Stethoscope and Walk“, “Pow R. Toc H.” e “Chapter 24“) hanno il loro fascino.

Detto questo, Piper non è un album facile, non è un album che si può ascoltare in sottofondo, distrattamente; rimane, in ogni caso, uno dei lavori più innovativi che i Pink Floyd abbiamo mai realizzato.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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