Veniva pubblicato esattamente quarant’anni fa il doppio album “The Wall”, opera rock ed autentico capolavoro dei Pink Floyd.

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L’album, interamente concepito da Roger Waters come una storia completa, narra la vicenda di Pink, il protagonista, una famosa rockstar con un’infanzia difficile alle spalle, orfano di padre ed oppresso dalle premure ossessive della madre vedova e dalla rigida educazione scolastica. Crescendo l’uomo incontra difficoltà a relazionarsi, arrivando a costruirsi attorno un muro (The Wall) caratteriale e mentale che lo separa dal mondo reale.

L’idea per The Wall venne a Waters dopo dieci anni di tour, di spettacoli rock, in modo particolare negli ultimi anni:

“Quando cominciammo a suonare per un pubblico molto vasto, la maggior parte di esso era lì soltanto per bere birra. Divenni quindi consapevole dell’esistenza di un muro tra noi ed il nostro pubblico” (Waters)

A catalizzare queste sensazioni ci fu un episodio, accaduto a Montreal nel 1977 durante l’ultima data del tour di “Animals”:

“Diventai così furioso che sputai a qualcuno nelle file davanti. lui stava gridando e urlando, spingendo contro le barriere; voleva soltanto creare disordine, mentre io volevo soltanto tenere uno spettacolo rock, così alla fine mi infuriai e gli sputai contro” (Waters)

All’inizio del ’79 The Wall aveva già una fisionomia precisa. Waters aveva scritto buona parte dei testi ed il gruppo riprese in aprile a lavorare unito, attorno a quello che doveva essere l’ennesimo concept album della loro carriera.

Ci vollero sette mesi per finire le registrazioni. Sette mesi che, all’esterno, erano scanditi dalle indiscrezioni di giornali ed emittenti radio, che contribuirono a far crescere attorno all’album un’aspettativa molto forte.

Sicuramente non era intenzione dei Floyd, ma ancora prima di uscire The Wall era già un avvenimento discografico di enorme portata: non soltanto l’ennesimo sforzo artistico (perdipiù racchiuso in un doppio album) di un gruppo leggendario, ma addirittura quella che si annunciava era la summa di tutto il loro lavoro di ricerca sul suono fin dai tempi di “The Dark Side of the Moon”.

Nell’attesa se ne andò quasi tutto il ’79, mentre i quattro registravano ogni brano con un’accuratezza persino esasperante. Ogni suono, ogni sfumatura veniva curata fin nei dettagli, in lunghissime sedute, secondo uno schema di lavoro fatto di continue registrazioni, l’una impercettibilmente diversa dalla precedente, ma più vicina all’effetto voluto dai quattro.

Fu in questo periodo che le tensioni nel gruppo portarono ad un’irrimediabile rottura tra Waters e Richard Wright, reo di non essersi reso disponibile a completare alcune registrazioni in estate. Il tastierista sarebbe stato poi invitato a lasciare il gruppo al termine del tour promozionale successivo all’uscita del disco.

Non c’era molto spazio per l’improvvisazione, ogni cellula sonora doveva andare ad incastrarsi perfettamente in un disegno precostituito, fino a comporre un gigantesco puzzle, buona parte del quale era nella testa di Waters che, all’inizio dell’estate, aveva già completato i testi: suoni e parole concepiti come una struttura unitaria.

Quello che stava prendendo forma negli studi Super Bear a Nizza in Francia, era senza dubbio l’album più “prodotto” del gruppo ed, altrettanto sicuramente, il più ambizioso dai tempi di “The Dark Side”.

The Wall è anche un album maturato in un isolamento quasi assoluto, in un clima (e quindi, in uno stato psicologico) profondamente diverso da quello in cui si era sviluppato, per esempio, “Ummagumma”. Mancava la grande tensione che aveva caratterizzato la fine degli anni Sessanta e per i Floyd non si trattava più di scoprire nuovi percorsi espressivi, bensì di compiacersi di un progresso ormai acquisito, di dare al prodotto una perfezione soltanto formale che non poteva non avere il sapore della celebrazione.

I mattoni bianchi della copertina di The Wall apparvero alla fine del ’79. Doveva essere un album fondamentale per il rock degli anni Ottanta e così fu accolto, da buona parte della critica e del pubblico.

Ad alcuni invece lasciò l’amaro in bocca. Di quanto il linguaggio rock sia andato mutando in quegli anni, i Floyd probabilmente non se ne erano accorti: le soluzioni musicali dicono di un grande gruppo del passato, con gusti raffinati ma irrimediabilmente segnati dal tempo, che strizza l’occhio a certe mode del riflusso fino ad ammiccare apertamente, in qualche punto (come la celebre “Another Brick in the Wall p.2”) alla “disco” più commerciale.

Il tempo ha comunque confermato la grandezza dell’album, decretandone sia il successo commerciale che l’enorme portata ed importanza storica dell’opera nell’ambito del panorama rock.

The Wall, come detto, è un allegoria della società contemporanea, sviluppata attorno all’ipotetica costruzione di un muro oppressivo ed invalicabile attorno all’uomo. Un muro che è la somma dell’educazione, del potere repressivo, delle frustrazioni mentali che ogni singolo individuo è costretto ad assorbire in una società dominata dalla paranoia.

Pur in tutta la sua retorica, l’analisi di Waters non manca di una certa lucidità: gli esempi più significativi vengono da brani come “The Happiest Days of Our Lives”, “Mother”, “Another Brick in the Wall” e “The Trial”.

Arrivato puntualmente nel periodo di vendita natalizio, l’album puntò dritto verso il vertice delle “charts” inglesi ed europee e all’inizio del nuovo anno era in testa anche negli USA dove i Floyd stavano per sbarcare per il consueto e gigantesco tour promozionale.

Un paio di anni dopo il regista Alan Parker dirigerà il film “Pink Floyd The Wall”, trasposizione cinematografica di grande successo dell’album, con il leader dei Boomtown Rats Bob Geldof a ricoprire il ruolo del protagonista “Pink”.

Il film alterna alle scene girate le sequenze animate originali realizzate dal grafico Gerald Scarfe, già in parte utilizzate per i concerti.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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