Viene pubblicato Painkiller, dodicesimo album dei Judas Priest, uno degli album più rappresentativi della band e icona mondiale dell’Heavy Metal.

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È l’album che forse più rappresenta il genere Heavy Metal in quanto tale, un vero punto di riferimento, un vero “Disco sacro” per il movimento in questione, il quale ne genera le basi non solo musicali, ma anche nei testi, nell’abbigliamento e nell’immagine.

Da sinistra: K.K. Downing, Ian Hill, Rob Halford, Scott Travis, Glenn Tipton.

L’elemento di svolta per la band è il batterista Scott Travis, il quale, appena entrato in formazione, aiuta a sviluppare un Metal più duro rispetto agli album precedenti. Lo stile del neo batterista è perfetto per i riff taglienti di Glenn Tipton e K.K. Downing, sostenuto in modo ineccepibile dal bassista Ian Hill. Ma il vero punto di forza è la voce di Rob Halford, la quale raggiunge l’apice, sia per potenza e che per estensione vocale, donando al disco una drammaticità e una rabbia inimmaginabili, dipingendo linee vocali perfette.

La canzone simbolo è la title-track, qualcosa che ti toglie il respiro e ti butta nella macchina infernale dei Judas Priest per oltre sei minuti. L’intro di batteria di Scott è uno dei più famosi e sembra presentarsi al mondo dicendo: “Ecco a voi il nuovo batterista, preparatevi al terremoto!”

Dalla prima all’ultima nota, fino alla fine, l’album continua con le sue dieci tracce senza perdere un attimo di smalto, un autentico gioiello di 46 minuti.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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