Muore a Los Angeles a causa di un male incurabile, all’età di 58 anni, il musicista e produttore cinematografico George Harrison, leggendario chitarrista dei Beatles.

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Appena un anno prima, precisamente il 30 dicembre del 1999, George è sopravvissuto miracolosamente ad un tentativo di omicidio ad opera di un pazzo mitomane di nome Michael Abram (dichiaratosi successivamente “in missione per conto di Dio”), introdottosi furtivamente nella villa di Friar Park, la residenza londinese di Harrison a Henley-On-Thames.

Significativa, riguardo la grandezza del personaggio Harrison, la dichiarazione rilasciata dalla moglie Olivia e dal figlio Dhani appena dopo la scomparsa di George:

“Ha lasciato questo mondo nel modo in cui aveva vissuto, in pace con Dio, senza paura della morte, circondato da amici e parenti”.

Su espressa richiesta dello stesso George, fervido devoto di Krishna, Il suo corpo viene cremato, e le sue ceneri vengono sparse nel sacro fiume indiano, il Gange, secondo la tradizione induista.

Ed è proprio la ricerca di Dio e della perfezione una delle spinte fondamentali del genio di George Harrison, personaggio al tempo stesso mistico e mondano, avvolto nella preghiera e nella meditazione, ma circondato dal successo, dalla fama, dalle auto sportive e dalle belle donne.

Il contrasto tra mondo spirituale e mondo materiale diventa il tema conduttore dell’intera carriera solista di George, che appena ventisettenne si ritrova a doversi reinventare come artista dopo l’incredibile e irripetibile esperienza nei Beatles.

Proprio nei i Beatles, è il più giovane dei quattro, comincia ben presto a forgiarsi la sua figura di musicista e di uomo. Soffocato inizialmente dal talento e dal carisma di due personaggi come John Lennon e Paul McCartney, sia pure riconosciuto da critica e pubblico come chitarrista di notevole talento, comincia ad emergere anche come compositore e a creare una propria identità a partire dal 1965.

Conosce il maestro indiano Ravi Shankar, e con lui comincia a studiare e a suonare il sitar, e ad interessarsi alle culture e alle religioni indiane e induiste. Tutto questo lo porta ben presto ad introdurre la musica indiana per la prima volta nella musica rock, in particolare proprio con il sitar, cosa che lo consacra di fatto come autentico pioniere della world music.

Nei Beatles scrive perle indimenticabili come Taxman, Within You Without You, While My Guitar Gently Weeps, spiccando di fatto il volo nel 1969 nell’album Abbey Road, per il quale compone e interpreta magistralmente due gemme come Here Comes The Sun e Something (quest’ultima ironia della sorte indicata da Frank Sinatra come la migliore canzone d’amore di Lennon/McCartney…).

Terminata la straordinaria ed irripetibile esperienza con i Beatles, è sorprendentemente proprio George il primo dei quattro a raggiungere il successo di pubblico e di critica con il triplo album All Things Must Pass, un autentico capolavoro. Il primo singolo estratto da ATMP è la celebre My Sweet Lord, brano che porterà Harrison in cima alle classifiche di tutto il mondo, ma che allo stesso tempo lo vedrà protagonista di una clamorosa accusa di plagio di He’s So Fine, un vecchio successo delle Chiffons.

La vicenda vede “casualmente” coinvolto tra i protagonisti principali Allen Klein, ex-manager di Harrison, che per una “strana coincidenza” ha nel frattempo acquistato i diritti di He’s So Fine dalla Bright Tunes, nonché la compagnia stessa.

Il caso si risolve solo nel 1976 con una sentenza di “plagio inconsapevole” ai danni di Harrison. Lo stesso George Harrison, suo malgrado protagonista di questa assurda storia, dichiara di aver composto My Sweet Lord con il solo intento di creare una semplice preghiera universale nella quale tutti avrebbero potuto cantare indistintamente “Hare Krishna” e “Hallelujah”, a prescindere dal proprio credo, citando come unica fonte di ispirazione il brano Oh Happy Day.

Nei primi anni settanta George perfeziona una notevole abilità alla chitarra slide, tecnica per la quale diviene un vero e proprio punto di riferimento. I suoi raffinatissimi e ricercatissimi fraseggi e soli alla chitarra slide divengono il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Per questa sua caratteristica tecnica è un chitarrista molto apprezzato, e nel corso degli anni suona come ospite in diverse produzioni di altri musicisti.

Sull’onda del successo di ATMP, viene fuori la parte mistica e caritatevole di George, che nell’agosto del 1971 organizza il Concert for Bangladesh, primo vero concerto di beneficienza nella storia del rock. Inoltre, nel 1973, fonda la Material World Charitable Foundation, fondazione di vari progetti a scopo benefico, e decide di donare il ricavato proveniente dai diritti d’autore di alcune canzoni incluse nel suo secondo album solista Living in the Material World, autentico manifesto di quel concetto di sacro contrapposto al profano tanto caro a Harrison.

Nel 1974, in vista della scadenza contrattuale che lo lega alla EMI, George fonda una propria etichetta discografica, la Dark Horse Records, con la quale inizia a produrre anche altri artisti, tra i quali Ravi Shankar, gli Splinter e gli Attitudes dell’amico batterista Jim Keltner.

Nello stesso anno pubblica l’album Dark Horse e organizza un proprio tour di concerti in nord America: il Dark Horse Tour. Il tour è ambizioso, e i concerti prevedono un primo set affidato a Ravi Shankar e ai suoi musicisti indiani, ed un secondo set con protagonista George e la sua band.

 

Complice un anno intenso, caratterizzato da diverse produzioni discografiche per altri artisti e per il proprio album, dalla complicata separazione dalla moglie Patty Boyd, e dall’uso eccessivo di sostanze stupefacenti, George arriva a ridosso delle prove per il tour esausto e afflitto da una inaspettata e fastidiosa laringite. Decide comunque di portare a termine il Dark Horse Tour, ma la critica è impietosa e stronca sia la parte indiana dei concerti, ma soprattutto le performance vocali di Harrison nonché il suo volersi discostare il più possibile dalla vecchia immagine di beatle.

A questo punto, giunto al termine del vincolo contrattuale con la EMI, George pubblica un ultimo album (Extra Texture, 1975) con l’etichetta britannica, cominciando ad allontanarsi gradualmente dall’industria musicale, verso la quale sembra piano piano perdere interesse.

Nel 1976, a causa di un’epatite che ritarda il completamento delle sessions del suo nuovo album (33 & 1/3), perde un vantaggioso contratto di distribuzione con la A&M Records, ma firma con la Warner Bros., etichetta che distribuisce le sue future produzioni.

Nel frattempo George ha conosciuto, durante il Dark Horse Tour, la sua futura moglie Olivia Arias, che nel 1978 mette alla luce il loro unico figlio, Dhani Harrison.

Nel 1979 pubblica l’album George Harrison, una delle sue migliori produzioni, e nel 1981 riassapora anche le vette delle classifiche con il singolo All Those Yeas Ago, tratto dall’album Somewhere in England, e dedicato all’amico John Lennon scomparso da poco.

Nel 1982 pubblica l’album Gone Troppo, ma è sempre più lontano e distaccato dalla sua attività musicale, ormai calato nei panni di produttore cinematografico, soprattutto per aiutare gli amici Monty Python. Riesce ad ottenere grandi successi internazionali come produttore esecutivo, portando La HandMade, la sua casa di produzione, ad un livello importante nel cinema indipendente britannico.

Nel 1987, con l’amico Jeff Lynne, torna a produrre un album di altissimo livello come Cloud Nine, che lo riporta sulla cresta dell’onda, complice anche un singolo di successo mondiale come Got My Mind Set On You.

Con ritrovato entusiasmo e con la complicità degli amici Bob Dylan, Roy Orbison, Jeff Lynne e Tom Petty, da vita allo scanzonato e divertito progetto dei Traveling Wilburys, che egli stesso definisce “i dinosauri del rock”, portando al successo un bel singolo come Handle With Care e pubblicando ben due album esplosivi (Vol. 1, 1988 e Vol. 3, 1990).

Nel 1991 si rimette in gioco anche in concerto con un breve tour in Giappone insieme all’amico di sempre Eric Clapton, rispolverando anche dal vivo la sua classe come cantante e come chitarrista, e pubblicando successivamente l’album Live in Japan.

Nel 1994 c’è il tempo anche per una estemporanea reunion beatlesiana con gli amici Paul McCartney e Ringo Starr, per realizzare l’opera Beatles Anthology, ovvero i Beatles raccontati dai Beatles, nella quale i tre amici, con la produzione dell’amico Jeff Lynne, completano anche due provini dell’amico John, dando vita a due pietre miliari come Free As A Bird e Real Love.

Negli anni successivi George, visto anche il successo del progetto Anthology, decide di rimettere mano al suo catalogo da solista, con l’intento di ripubblicare un po’ alla volta in versione rimasterizzata i suoi vecchi album.

Intanto lavora con il figlio Dhani e con gli amici Jeff Lynne e Jim Keltner ad un nuovo album di inediti, che però esce solo postumo nel 2001 con il titolo di Brainwashed, ultimo capitolo e testamento musicale e spirituale di un artista e di un uomo straordinario che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del rock.

“There never was a time when you or I did not exist.
Nor will there be any future when we shall cease to be.”
(Krishna to Arjuna in the Bhagavad-Gita)

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