The Works” è l’undicesimo album in studio dei Queen, pubblicato il 27 febbraio 1984 dopo un best-of, una colonna sonora (“Flash Gordon”), e un album decisamente avulso dalle consuete sonorità (“Hot Space”). Non ultimo, erano quelli gli anni in cui Brian May, Roger Taylor e Freddie Mercury lavoravano ai loro album da solisti.

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Per fare un po’ di spoiler all’articolo, anticipo subito che l’album ha avuto una calda accoglienza di pubblico e critica, il plauso a un songwriting più coerente del lavoro precedente e al recupero – almeno parziale – delle sonorità rock e aggressive dei “vecchi tempi andati”.

Certo, siamo lontani dai tempi delle sovrastrutture e delle pomposità compositive del primo periodo: in The Works c’è la semplicità e l’immediatezza di The Game, e da qui bisogna partire.

The Works è figlio del suo tempo, e l’elettronica riveste un pop/rock comunque di buona fattura. L’arpeggiatore di Radio Ga Ga, il vocoder e il campionatore di Machines, il solo di synth di I Want To Break Free (non è una chitarra!), la grancassa e il rullante super-compressi; sono questi il segno dei tempi, a cui anche un irriducibile del Rock’n’Roll come Roger Tayor si è voluto piegare. “Modern Times Rock and Roll”, cantava saggiamente già nel 1973.

The Works ha prodotto singoli dirompenti, che i Queen hanno portato sempre con sé e dai quali è stato impossibile prescindere, in ogni spettacolo dal vivo: Radio Ga Ga, I Want To Break Free e Hammer To Fall.

Radio Ga Ga

Roger Taylor prende l’ispirazione dai versi del suo piccolo Felix, che a tre anni di età, ascolta la radio e ripete: “radio ca ca ca…”.

Nella canzone si citano almeno due eventi del XX secolo di cui la radio è stata protagonista: l’interpretazione nel 1938 da parte di Orson Welles de “La guerra dei mondi” di H. G. Wells (“through wars of worlds invaded by Mars”), e il discorso di Winston Churchill del 1940 “This was their finest hour” (“You’ve yet to have your finest hour”).

Il video inoltre è pieno di citazioni al film tedesco espressionista “Metropolis”, di Fritz Lang (1927).

I Want To Break Free

John Deacon scrive questo gioiellino pop che fa da sfondo al celeberrimo videoclip, nel quale i quattro Queen sono vestiti da donna e fanno i versi alla soap opera “Coronation Street”.

I Want To Break Free divenne anche un inno contro l’oppressione in Sud America, ma a causa del video nacquero numerose e feroci critiche. La parodia di Coronation Street, che fu un’idea di Roger Taylor, fu male interpretata da molti, e letta invece come una espressione disinvolta della sessualità “libertina” di Mercury.

Questo è uno stralcio di un’intervista a una TV brasiliana nel 1985, in occasione del Rock In Rio Festival. La giornalista chiede apertamente se la canzone è dedicata al mondo gay. Mercury nega, senza scendere troppo in dettaglio (“tra l’altro è un brano di John Deacon, che è felicemente sposato e ha quattro bambini”), ma spiega che essa parla di libertà, della possibilità di riscatto da qualsiasi forma di oppressione.

La versione singolo (e videoclip) di I Want To Break Free è diversa da quella presente sull’album, inspiegabilmente più scarna e povera negli arrangiamenti.

Hammer To Fall

Scritta da Brian May, Hammer To Fall è un chiaro riferimento alla Guerra Fredda, al nucleare, al regime totalitario che sarebbe presto crollato. Il Regime Sovietico, cede il Martello della sua simbologia (Falce e Martello) al titolo della canzone: il martello che cade, il regime che crolla; ma anche il tema della vita e della morte, come lo stesso May spiega, vedendo nell’Hammer To Fall il gesto impietoso e finale del Tristo Mietitore.

Anche qui, la versione album e singolo sono differenti.
Questa è la versione suonata dal vivo al Live Aid, nel 1985.

It’s A Hard Life

Sono gli anni in cui Freddie Mercury avrebbe scritto una ballad al giorno, piano battuto e voce, così, senza fronzoli. There Must Be More To Life Than This, Love Me Like There’s No Tomorrow, Life Is Real, per citarne alcune. Quella inclusa in The Works è “It’s A Hard Life”, la cui introduzione è ispirata a “I pagliacci” di Ruggero Leoncavallo.

Machines (or “Back To Humans”)

Questo è il brano che più si addice alle scene di Metropolis, molto più di Radio Ga Ga. Scritto a quattro mani, May/Tayor, questa sferzata rock è potentissima, e si mescola perfettamente all’elettronica. Il tema è, naturalmente, il rapporto apocalittico uomo/macchina.

Is This The World We Created…?

Questa breve ballad, chitarra acustica e voce, è una perla. Scritta da Mercury e May, è dedicata ai poveri di un mondo che noi stessi abbiamo voluto in questo modo.

All’ultimo momento la canzone prende il posto di “There Must Be More to Life Than This” nell’album, e quest’ultima sarà invece inclusa nel lavoro solista di Freddie, in preparazione.

Dal vivo, la chitarra acustica è spesso sostituita da una chitarra classica (con corde in nylon) oppure da una 12 corde acustica.

Il brano sarà eseguito al Live Aid e nel Magic Tour del 1986.

Pensieri finali

Abbiamo ripercorso i momenti più importanti di questo album, non il mio preferito onestamente, ma è un lavoro che ha indubbiamente il merito di aver riportato i Queen al centro del consenso di critica e pubblico, dopo qualche anno di incertezza.

Come dimenticare l’unica volta dei Queen in Italia, proprio nel 1984, con un doppio concerto a Milano e un’apparizione sanremese?

The Works ha regalato numerosi brani hit e ha sfornato una rinnovata carica di energia, che sarà canalizzata ancora meglio nei lavori successivi, in un percorso di infaticabile miglioramento a cui i Queen ci avevano abituati.

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