Esattamente cinquant’anni fa veniva pubblicato Abbey Road, l’undicesimo album in studio dei Beatles.

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Si tratta dell’ultimo album inciso dai Beatles, anche se l’ultimo in ordine di tempo ad essere pubblicato sarà Let It Be nel maggio del 1970 (a gruppo ormai sciolto) contenente però registrazioni effettuate in precedenza (nel gennaio 1969).

Il gruppo, alle prese con il problema della gestione della società Apple e consapevole dei contrasti in atto al suo interno che stavano portando allo scioglimento, decise di produrre con l’aiuto di George Martin un album che avrebbe potuto rappresentare una sorta di commiato dal proprio pubblico.

I Beatles si ritrovarono in studio nei primi giorni di luglio del ’69, dapprima cercando di recuperare materiale risalente alle sessions di Get Back del gennaio precedente e successivamente integrandolo con materiale nuovo.

Paul McCartney, che era il più motivato dei quattro, in realtà non incluse nel disco composizioni memorabili, specie sul lato A, in cui trovano posto un brano di poco conto come “Maxwell Siver Hammer”, particolarmente detestato da John e “Oh! Darling”, un brano di matrice blues non troppo originale.

Nella facciata B, invece, fu proprio Paul ad avere l’idea di inserire un lungo medley, nonostante le perplessità di John, in cui inserire frammenti di brani incompleti tra cui i suoi “You never give me your money”, “She came in through the bathroom window”, “Golden Slumbers”, “Carry that weight” e “The End”, che nel complesso andavano a formare un’eccellente suite pop.

In chiusura del disco è presente anche un brevissimo frammento di Paul intitolato “Her Majesty” che inizialmente doveva trovare posto all’interno del medley ma, che dopo essere stato tagliato ed inserito per errore in coda al nastro, alla fine è stato lasciato lì.

Il contributo di John Lennon all’album rispecchia invece il suo scarso interesse nell’intera faccenda, ormai desideroso di intraprendere la sua carriera solista e di lasciarsi alle spalle il gruppo.

Ad ogni modo John riuscì a sfornare il capolavoro “Come Together”, uno dei brani più famosi dell’intera discografia del quartetto.

Il brano prese spunto dallo slogan per la campagna elettorale del candidato Timothy Leary a Governatore della California (“Come Together, join the party!”) al quale John aveva dato il suo supporto.

Successivamente John sarà accusato di plagio per aver utilizzato in Come Together una frase dal testo di “You Can’t Catch me” di Chuck Berry e la questione verrà appianata solo con la pubblicazione di un paio di cover di Chuck Berry nel disco solista di John “Rock ‘n roll” del 1975.

Le altre tracce di Lennon per “Abbey Road” sono la dura “I Want you (she’s so heavy)” a chiusura della facciata A del disco, la delicata “Because”, ispirata alla “Sonata per piano in DO#min” di Beethoven, e tre altri frammenti di brani come “Sun King”, “Mean Mr Mustard” e “Polythene Pam” che vanno a completare il lungo medley del lato B.

George Harrison, dal canto suo, era un musicista ed un compositore ormai maturo ed inserì nell’album due suoi brani tra i migliori mai prodotti dai Beatles.

Something, giudicato all’unanimità il suo capolavoro (Sinatra la definì all’epoca “la più grande canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni”), verrà anche pubblicato come Lato A del singolo (contenente “Come Together” sul lato B!), un mese dopo l’uscita dell’album. Curiosamente George aveva inizialmente offerto la canzone a Joe Cocker che in effetti fu il primo a pubblicarla, nel luglio del 1969.

L’altra canzone di Harrison, che apre la seconda facciata del disco, è la splendida “Here Comes the sun”, composta con la chitarra acustica in una soleggiata giornata di primavera presso il giardino della casa dell’amico Eric Clapton.

Anche Ringo Starr dette il suo contributo al disco, con la divertente ed orecchiabile “Octopus’s Garden” che richiamava molto da vicino le atmosfere di “Yellow Submarine”.

Il disco, che inizialmente doveva chiamarsi “Everest”, dalla marca di sigarette che fumava il tecnico Geoff Emerick, fu chiamato invece “Abbey Road”, come il nome degli studi londinesi dove i Beatles registravano, grazie alla solita intuizione di Ringo.

Per la copertina, che diventerà una delle più celebri ed iconiche dell’intera storia del rock, fu incaricato il fotografo Iain Macmillan che realizzò il famoso scatto, intorno a mezzogiorno del 8 agosto 1969, in cui i quattro Beatles attraversano in fila indiana le strisce pedonali poste ad Abbey Road in prossimità degli studi di registrazione.

Per la prima volta nella discografia dei Beatles il nome del gruppo ed il titolo dell’album comparivano solo sulla retrocopertina del disco.

La foto di copertina sarà successivamente oggetto di attenzioni da parte dei sostenitori della cosiddetta “teoria del P.I.D.” – Paul Is Dead (ovvero la leggenda della morte di Paul McCartney) per via di una serie di presunti indizi che alimenterebbero la leggenda stessa.

L’album, subito dopo la sua pubblicazione, ottenne uno straordinario successo di vendite risultando l’album dei Beatles più venduto di sempre, con 5 milioni di copie vendute solo nel primo anno.

Il disco, a cinquant’anni esatti dalla sua pubblicazione, è tuttora considerato uno dei principali capolavori della musica rock mondiale.

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