I Queen pubblicano il loro quarto album, A Night at the Opera. Considerato il loro capolavoro, è anche il disco che li ha consacrati definitivamente a stelle del Rock internazionale.

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Dopo il meritato successo del precedente Sheer Heart Attack, i Queen vogliono andare ancora oltre, fare un disco di qualcosa mai fatto, qualcosa di coraggioso che stupisca l’ascoltatore. Nonostante, però, il precedente album, più i primi due, abbiamo riscosso un buon consenso, le finanze della band sono allo stremo, a causa di un contratto che li vede riscuotere solo una minima parte dei proventi, un errore di gioventù tratta in inganno dall’entusiasmo.

Staccatisi, così, dall’opportunista Trident, e firmato un contratto per la EMI, i Queen sono ancora più ambiziosi di riprendersi tutto e dimostrare ancora di più il loro valore. Il risultato è A Night at the Opera, il cui titolo è tratto dall’omonimo film dei fratelli Marx. Anche il titolo del successivo A Day at the Races avrà la stessa origine, derivante dal fatto che all’inizio l’idea era di pubblicare un doppio album ma bloccato dalla casa discografica per gli enormi costi di produzione affrontati dalla band. Infatti l’album vede un periodo di registrazione di circa quattro mesi e sette diversi studi di registrazione. Le canzoni prendono vita in un luogo lontano dal caos cittadino, in una casa tra le campagne dell’Herefordshire, una regione a nord ovest di Londra.

I Queen nel 1975

Il primo brano che apre questa “notte operistica” dove i Queen ci portano ad assistere è Death on Two Legs (Dedicated to…), brano in cui Freddie Mercury denuncia e si sfoga contro il precedente manager Norman Sheffield, causa principale del loro raggiro nei confronti della casa discografica ormai lasciata.

Lazing on a Sunday Afternoon è una composizione di Mercury sui generis, un brano che strizza l’occhio al vaudeville francese, dando vita ad un brano molto breve e semplice, dove Freddie canta con l’effetto grammofono per dare un’atmosfera vintage.

I’m in Love with My Car è uno dei brani migliori partoriti dal batterista Roger Taylor, tant’è che viene candidato all’inizio come singolo apripista dell’album, ottenendo successivamente il lato B della più mastodontica Bohemian Rhapsody. È un brano in cui Roger interpreta anche la parte vocale in modo magistrale e racconta l’amore di uomo per la propria macchina, probabilmente riferito al loro roadie Johnathan Harris. All’inizio non viene preso molto sul serio, soprattutto da Brian May, ma diviene convincente quando Roger fa ascoltare la demo del brano.

Con You’re My Best Friend John Deacon diviene ufficialmente uno scrittore di singoli di successo, pochi ma molto efficaci. Infatti l’anno dopo il brano diventa il secondo singolo del disco, riscuotendo un ottimo consenso. Un brano d’amore, dolce, delicato, dedicato alla sua compagna, molto semplice in chiave Pop Rock, in cui Deacon suona anche il piano elettrico: un piccolo gioiello divenuto un classico.

La successiva ’39 è un brano di Brian May in stile popolare al quale unisce un testo di fantascienza, interpretando anche la parte vocale. Il brano diviene lato B di You’re My Best Friend e dal vivo viene cantata da Freddie Mercury.

Con Sweet Lady arriva prepotentemente la vena Hard Rock di Brian, un brano in 3/4 che dà filo da torcere a Roger, soprattutto in sede live.

Seaside Rendezvous proietta i Queen ancora nei primi anni del ‘900, con l’ennesimo tentativo di Mercury di scrivere un brano vintage, con un intermezzo che sfocia nel Jazz, in cui Freddie imita un clarinetto e Taylor tuba, tromba e kazoo.

The Prophet’s Song è un preludio a quello che sarà Bohemian Rhapsody, un brano complesso, in stile Rock Progressive, fatto di diverse parti e registrata in diverse sedute. Il brano, scritto da Brian, è il più lungo della discografia dei Queen (se non si considera la traccia nascosta di Made in Heaven). Ha origine da un sogno apocalittico di Brian fatto durante la convalescenza in ospedale a causa di un’epatite virale contratta durante il tour americano di Queen II e costretto a letto per la maggior parte della composizione di Sheer Heart Attack. Il brano presenta una parte nell’intermezzo dove Freddie gioca con l’effetto delay, dato dalla reincisione di numerose volte delle parti vocali. Un gioiello di caratura elevata in cui Brian esprime tutta la sua fantasia e le sue abilità compositive.

A conclusione del brano precedente compare una delle ballate più romantiche scritte da Freddie, Love of My Life, dedicata alla compagna dell’epoca Mary Austin e figura che sarà presente nella sua vita fino alla morte. In sede live il brano viene riarrangiato in semplice duetto con chitarra acustica e voce, ottendendo un’inspiegabile successo in America del Sud qualche anno dopo, venendo ripubblicato là come singolo.

L’influenza per il vintage conquista anche Brian che compone e canta Good Company, brano in stile Dixieland in cui suona l’ukulele, ricostruendo il suono di un’orchestrina Jazz con la sua chitarra Red Special e l’ampli costruito da Deacon, il Deacy amp.

E arriviamo finalmente al capolavoro entrato nella storia, ovvero Bohemian Rhapsody, un capolavoro nel capolavoro, l’apice non solo della discografia dei Queen ma uno degli esempi più elevati della storia della musica, un brano difficile da essere doppiato per bellezza, originalità e complessità, un brano veramente unico. Freddie Mercury elabora il brano già diversi anni prima, scrive bozze, all’inizio staccate tra loro, varie idee che poi confluiscono nel 1975 in una delle più ardue produzioni dell’epoca. Un vero miracolo per come il risultato sia quello che noi oggi sentiamo, nonostante le limitazioni degli strumenti di registrazione dell’epoca. Il brano risulta una piccola opera di cinque parti unite tra loro: un’introduzione corale a cappella, una ballata iniziale, la parte operistica nell’intermezzo, la successiva parte hard rock e l’ultima parte conclusiva che riprende lo stile della ballata iniziale. Così l’amore per Freddie per l’Opera prende vita ma all’inizio la casa discografica difficilmente riesce a comprenderlo, soprattutto per un testo così utopico, con rifermenti che vanno da Scaramouche, una maschera della commedia dell’arte all’astronomo Galileo Galilei, da Figaro, il protagonista de Il barbiere di Siviglia a Belzebù, identificato nel Nuovo Testamento con Satana. Il brano viene proposto dalla band come singolo apripista per l’album ma la casa discografica lo rigetta, sia per la durata del brano (quasi sei minuti), sia per la sua complessità. Ma la band non demorde e Freddie si rivolge al suo amico dj di Capital Radio Kenny Everett che si innamora subito del brano e la manda in onda per ben quattordici volte di fila. Il successo di ascolto del brano costringe la casa discografica a pubblicarlo come singolo e le aspettative non si fanno attendere, arrivando al primo posto in classifica e restandoci per nove settimane. Successivamente Bohemian Rhapsody viene ripubblicato come singolo altre due volte, nel 1982 e nel 1991, poco dopo la morte di Freddie, riconquistando il primo posto.

Oltre ad essere uno dei brani rimasti alla storia per la sua musica, è anche il brano che ha dato origine al mercato del videoclip moderno. Infatti fino ad allora i video erano più che altro delle mere esibizioni in playback dei brani, mentre con la Boh Rhap il video diventa qualcosa di più elaborato, una vera rappresentazione della musica in immagini. I Queen puntano sempre in alto e per dirigere il video si affidano a Bruce Gowers, regista e produttore per la televisione inglese. Il video riprende l’immagine di copertina di Queen II e da lì prende vita fino a raggiungere la parte operistica, parte realizzata con effetti speciali, all’avanguardia per l’epoca.

A chiudere il disco è God Save the Queen, un riarrangiamento di Brian May dell’inno nazionale inglese, usato da allora fino all’ultimo concerto del 1986 come chiusura delle loro esibizioni.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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