Gino Vannelli nasce in Canada da genitori italiani. La sua ambizione è quella di diventare un batterista, e difatti suona proprio la batteria nelle prime band giovanili. Ben presto però porta avanti il suo talento per il canto e per la scrittura musicale, che perfeziona studiando teoria musicale alla McGill University di Montreal.

I nostri inserzionisti
Spazio inserzionisti

Non è stato facile ottenere un contratto discografico, ma quando finalmente ci riesce, inizia la sua carriera costellata di successi e di riconoscimenti: una nomination al Grammy Award, un Juno Award nel 1976 come miglior vocalist maschile, e ancora un altro Juno Award insieme al fratello Joe per la migliore produzione discografica, riferita a “Brother to Brother” del 1979.

I generi abbracciati da Vannelli sono il Pop e il Rock, mescolati spesso al Jazz e all’R&B, al Soul, al Progressive. Per questo motivo, la grande sfida degli esordi è quella di aprire la strada a un bianco canadese verso un genere fino a quel momento appannaggio di musicisti di colore.  Il primo album “Crazy Life” (1973) tutto sommato è un buon album, anche se non esprime ancora tutto il potenziale possibile, e commercialmente si rivela un flop.

Succede però, che durante la registrazione del secondo album, “Powerful People”, sonnecchiando in pausa su un bordo piscina, sente suonare un pianoforte e la melodia della sua “Granny Goodbye”. C’è un tipo con le treccine e gli occhiali a specchio che la suona al piano, e qualcuno al suo fianco che esclama: «ehi Stevie, c’è quello di Crazy Life!». Stevie è Stevie Wonder, innamorato così tanto di Crazy Life da volere Vannelli come spalla nel suo imminente tour.

Questo fortunato episodio, e tutte le conseguenze che ne scaturiscono, portano a Vannelli molta notorietà tra il pubblico di colore. Il secondo lavoro, più intenso e dalle connotazioni Smooth-Jazz, schizza in classifica e nei consensi, e inizia a delineare un sound ormai difficile da confondere.

Il terzo lavoro, “Storm at Sunup” (1975), approfondisce le contaminazioni Jazz e Fusion, mischiando archi e orchestrazioni quasi da musical. Un richiamo stilistico forte ai Weather Report, un disco davvero bellissimo.

In “The Gist Of The Gemini” (1976) Vannelli azzarda ancora di più: ormai siamo allo sconfinamento con il Progressive, un Pop/Rock sinfonico che esplode in una suite a sei movimenti sul lato B del disco. Non per tutti palati, un disco complesso e pieno di spunti.

Quello che viene compiuto con il successivo “A Pauper In Paradise” (1977) è una incursione nel sinfonico, con la presenza della Royal Philharmonic Orchestra. Ancora sperimentazione, quindi, ma che purtroppo commercialmente non riesce a spingere.

La svolta dell’anno dopo, con “Brother to Brother” è da leggere proprio in questo senso: dare una motivazione commerciale alla produzione, e iniettare al contempo nuova linfa creativa. Una sintesi quindi tra le esigenze del mercato, cercando di non sacrificare la spinta artistica che lo ha portato fin qui. Funk, Jazz, Rock/Pop con una sezione ritmica rinnovata, e musicisti mostruosamente bravi. La title track è una prog-fusion che davvero lascia senza fiato.

Dopo il successo dell’album e dell’estenuante tour che ne consegue, Vannelli rallenta il ritmo, prende una pausa e stacca l’ormai consolidata routine di un album all’anno. Nel 1981 esce “Nightwalker”, con le sue radici Fusion ma molto più “adult-oriented pop”. Ancora una pausa, e poi uno stop forzato, perché l’album pensato per il 1983 non va bene alla casa discografica, e forse, a giudicare dal materiale in circolazione, qualche fondato motivo c’era, effettivamente. Vannelli non accetta la decisione, e intraprende una causa legale con l’etichetta, cosa che di fatto ha rallentato ulteriormente la sua produzione.

Gli album che seguono sono cosa ben diversa da ciò a cui si era abituati. Pur partorendo delle hit, sono vittime della semplificazione di quegli anni, che poco di originale hanno consegnato ai decenni a venire. Ascoltiamo “Black Cars”, del 1984.

Sulla stessa “falsariga mainstream” esce Big Dreamers Never Sleep (1987), e un “inspiegabile” Inconsolable Man nel 1990.

Dopo due lavori con forti contaminazioni Jazz, Yonder Tree (1995) e Slow Love (1997), Vannelli si appassiona alla musica classica occidentale, e produce la canzone “Parole per mio padre”, autobiografica, composta nello stile di Schubert. La registrazione arriva alle orecchie di Giovanni Paolo II, che lo chiama per eseguirla in Vaticano.

La performance viene trasmessa in tutta Europa, e attira l’attenzione della BMG Records, che propone a Vannelli di produrre un intero album in quello stile. Siamo nel 2003, l’album si chiama “Canto”, e contiene brani in inglese, italiano, spagnolo e francese.

Le uscite discografiche successive degli anni Duemila, pur formalmente ineccepibili, non aggiungono nulla all’artisticità e allo spessore del personaggio ormai consolidato. Anche per questo, chiudiamo con una bellissima performance di “People Gotta Move”, eseguita dal vivo a Los Angeles nel 2013. Buon ascolto!

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here