I Deep Purple pubblicano il loro ottavo album in studio, il primo con la line-up denominata “Mark III” che comprende, oltre ai membri fondatori Ritchie Blackmore (chitarra), Jon Lord (tastiere) e Ian Paice (batteria), i nuovi componenti Glenn Hughes (basso e voce) e David Coverdale (voce) subentrati, rispettivamente, a Roger Glover e Ian Gillan.

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Il gruppo così ricostituito cominciò a preparare il materiale per il nuovo album nel settembre del 1973.

Dopo le prime prove a Clearwell Castle, nel sud del Galles, si trasferirono, nel tentativo di ritrovare il feeling dei tempi di “Machine Head”, nella cittadina svizzera di Montreaux.

In effetti il gruppo intendeva dare il meglio di sé e l’atmosfera generale era rilassata e favorevole.

La stesura di “Burn”, che sarebbe diventata la title-track dell’album provocò tuttavia un accenno di conflitto tra Blackmore e Coverdale.

Ritchie voleva testi a base di streghe, folletti e saghe nordiche ed il povero David dovette presentargli ben sette versioni diverse dello stesso testo, prima di ottenere il suo consenso.

Per quella volta Coverdale accettò le direttive del chitarrista senza fiatare ma, solo poco dopo, ogni cosa sarebbe cambiata.

“Ero un ragazzino quando entrai nel gruppo e all’inizio subii molte pressioni, ma nel giro di sei mesi mi ero trasformato in un perfetto egomaniaco” (David Coverdale)

L’inciso centrale della composizione è, poi, quasi un manifesto dell’idea estetica di Lord, con l’assolo combinato di organo ed harpsichord che sconvolge l’andamento rock, precipitandolo in una raffinata dimensione neoclassica.

Su tutti i brani le parti vocali erano equamente divise tra Coverdale e Hughes, anche se il bassista non firma alcun pezzo.

La sola “Mistreated” restava appannaggio esclusivo di David, che vi riassunse il suo spirito blues con un linguaggio scarno e diretto.

“Il mio amore è sempre il blues e, nonostante il fatto che i vecchi bluesman cantassero anche di problemi sociali, è indiscutibile che scrivessero principalmente di donne, nel loro particolare modo. In realtà il blues parla prevalentemente di sesso e le mie liriche non sono altro che frammenti di vita reale” (David Coverdale)

Il disco si chiude con lo strumentale “A200”, secondo Jon Lord nient’altro che il risultato di un’improvvisata jam in studio.

Comunque sia, il brano contiene uno fra i più interessanti soli di Blackmore.

La sua chitarra squarcia i disegni “sintetici” delle tastiere (qui Jon Lord usa per la prima volta il sintetizzatore) incastrandosi in una fuga di suoni trafitti ed amari.

Per il resto vanno segnalate “You Fool No One”, con il complesso intreccio ritmico delle percussioni di Ian Paice, e “What’s Goin’ on Here” che segna una definitiva rottura con il passato.

Il piano martellante, le voci che si sovrappongono raccontando storie di periferia ed un incomparabile Blackmore a chiudere ogni varco, offrono la testimonianza indiscutibile dell’avvenuto rinnovamento.

© 2020, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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