Il 12 luglio è il giorno del Live At Wembley, la seconda delle due date sold out del Magic Tour. A filmare l’evento ci sono 15 telecamere, una follia per l’epoca. Dall’evento viene ricavato l’home video più famoso e iconico dei Queen, anche se non è assolutamente la loro migliore esibizione.

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In realtà, il concerto a Wembley era stato programmato per l’11 luglio, ma dal momento che in poche ore furono venduti 74.000 biglietti, lo stadio fu prenotato anche per la sera successiva. Incredibilmente, anche per la seconda sera tutti i biglietti andarono via in tre ore, e gli organizzatori cercarono di agganciare una terza data. Il 13 luglio non era disponibile, perché Wembley era prenotato da tempo per una partita di calcio. Così, fu aggiunta una data in coda al tour, nello stadio di Knebworth, il 9 agosto: fatalmente, fu questa l’ultima volta che i Queen si esibirono dal vivo.

La scaletta

La scaletta del Magic Tour (e quindi di Wembley) mantiene la rodata consuetudine di aprire con una manciata di pezzi forti, duri, per galvanizzare il pubblico. Al centro, un intermezzo acustico e strumentale per riprendere fiato, e verso la chiusura un crescendo, che conduce all’Arena Rock finale.

Si tratta di una prassi ben consolidata nella setlist dei Queen: dalle aperture dei primi anni con Now I’m Here, a quelle con We Will Rock You (fast), a One Vision/Tie Your Mother Down del 1986.

Una novità di questa scaletta è la reintroduzione, dopo tanti anni, di “In The Lap Of The Gods… revisited”, del 1974. Per molti anni era stato il brano di chiusura concerto, licenziato a causa della doppietta We Will Rock You/We Are The Champions, dal 1977 in poi.

Questa volta però, Lap of The Gods è all’inizio della serata, in una versione bellissima, completamente riarrangiata: la seconda strofa lascia il posto al refrain trascinante, ma soprattutto, l’inizio di sola chitarra e voce è da brividi. Freddie Mercury è magistrale nella sua interpretazione, per niente facile.

“Hello again, my beauties!
Is it a happening?
Is everybody OK?
Wanna fool ‘round?”

Ascoltiamo.

A seguire “Seven Seas of Rhye“, già suonata nel tour precedente: siamo nel pieno del repertorio datato 1974.

Non mi soffermo volutamente sui brani dovuti e irrinunciabili, come “Hammer To Fall“, “Another One Bites The Dust“, “Bohemian Rhapsody“, “Rock You/Champions“, ecc., e neppure su quelli di promozione all’album “A Kind of Magic“. Di questo album, curiosamente, “Friends Will Be Friends” si insinua audacemente tra We Will Rock You e We Are The Champions, anche se l’effetto finale, a posteriori, non ha mai convinto la band.

Nel resto della scaletta, una manciata di cover: spunta nuovamente “Big Spender” (Coleman/Fields), appuntamento fisso nelle esibizioni fino al 1975. Questa volta Mercury non indossa il kimono, ha i capelli corti e i baffi… sembra passata un’eternità.

In più, un lungo intermezzo semi acustico con “Love Of My Life“, “Is This The World We Created…?“, “(You’re So Square) Baby I Don’t Care” (Leiber/Stoller), “Hello Mary Lou (Goodbye Heart)” (Gene Pitney), e “Tutti Frutti“.

È tutto? Niente affatto: una semi-improvvisazione strumentale (chiamata “Impromptu” sulla copertina), si aggiunge al centro della concerto.

La scaletta è davvero lunga e varia, anche se alcuni album sono stati ignorati in toto: Queen, Jazz, Flash. Pazienza.

La performance

Nonostante un tour lungo e serratissimo giunto quasi alla fine, sono tutti in ottima forma. O quasi. La voce di Freddie Mercury non è smagliante, risulta affaticata e un po’ meno limpida. Si riprenderà dopo qualche giorno, e già a fine mese, per esempio il 27 luglio al Nepstadion di Budapest, tornerà squillante e potente. Qui a Wembley regge comunque bene tutta la serata, con punte di eccellenza (“In The Lap Of The Gods… revisited“, “Hammer To Fall“) e momenti decisamente fiacchi, come “I Want To Break Free“. Nel complesso non è sicuramente la sua migliore performance.

I compagni non sbagliano un colpo. Roger Taylor è un fantastico supporto vocale oltre che ritmico, insostituibile in “Under Pressure” e in “Another One Bites The Dust“. Roger supera indenne anche la temuta performance di “Now I’m Here“, per la quale ha sempre affermato che l’energia fisica necessaria a suonare quel brano è enorme, e portarne a termine l’esecuzione è per lui ogni volta una grande sfida.

Deacon preciso e impeccabile nelle retrovie, e May collegato con un cavo a spirale tiene banco a ogni cambio chitarra e perfino sul synth.

Nascosto quasi sempre è Spike Edney, poli-strumentista e fido collaboratore dei Queen dal 1982. Esce allo scoperto sul palco solo per “Hammer To Fall“, ma rimane il “quinto musicista” dietro le quinte per tutto il resto del concerto.

La registrazione e la mano pesante della post-produzione

Il Magic Tour doveva in qualche modo lasciare una testimonianza. Non c’era ancora l’idea di un album live, ma si decise di utilizzare la data dell’11 luglio come prova generale per le riprese definitive, che sarebbero avvenute il giorno dopo.

Freddie Mercury pretese una registrazione integrale, senza interruzioni, dell’evento. La cosa non era tecnicamente facile da realizzare con i mezzi dell’epoca: in qualche modo, si rendeva necessario interrompere la registrazione per cambiare i nastri. Fu chiesto quale brano in scaletta, verso la posizione centrale, si potesse sacrificare, ma Mercury fu irremovibile. Si decise di utilizzare un doppio sistema di registrazione, per sopperire ai limiti imposti dalla lunghezza dei nastri.

Nonostante questo, manco a farlo apposta, il concerto di Wembley negli anni ha subito manipolazioni, edit e tagli inspiegabili.

Per la prima volta andò in onda il 25 ottobre 1986 su Channel 4: molti brani furono tagliati, e alcuni di questi accorciati. Questa versione, l’unica ufficialmente disponibile fino al 1992, era un riadattamento a poco meno di 80 minuti.

Ancora più inspiegabili sono stati gli overdub (sovra-incisioni) successivi, senza un apparente motivo. Alcune parti vocali di One Vision, di A Kind Of Magic, e di Who Wants To Live Forever per esempio, sono state sostituite senza che ve ne fosse realmente bisogno: Mercury aveva cantato bene, modificando semplicemente la linea melodica nelle parti più acute. “I Want To Break Free“, invece, che avrebbe avuto davvero bisogno di un lifting vocale, è stata lasciata intatta. Inspiegabile, ma soprattutto inaccettabile.

Conclusioni

Live at Wembley ’86 coglie l’essenza del Magic Tour e l’apice di notorietà che i Queen avevano raggiunto fino a quel momento. C’è potenza, controllo, simbiosi con il pubblico, musica, tanta buona musica. Per gli amanti dei Queen e del genere è un ascolto imprescindibile.

Come prodotto discografico invece, è stato deturpato dai rimaneggiamenti in post produzione, che ne hanno violentato l’autenticità musicale. Davvero un gran peccato.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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