Quando i Duran Duran tornarono in studio per la produzione di un nuovo album, Rupert Perry, presidente della EMI, gli rivolse queste parole: «Prendetevi il tempo che serve, non c’è fretta. L’importante è che facciate l’album giusto». Fu la prima volta che qualcuno provò ad allentare la tensione intorno al loro lavoro. Era il 1992, e l’album giusto fu poi il Wedding Album.

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Qualcosa di tutto questo ancora vive nei Duran Duran del 2019, alle prese con lunghissimi tour, pause defaticanti, celebrazioni di eventi importanti, e registrazione – con calma, molta calma – di materiale inedito.

La gestazione di Paper Gods è stata anch’essa eccezionalmente lunga: cinque anni dal precedente lavoro in studio.

Quattordicesimo album, e per la quattordicesima volta in trentasette anni di carriera nessuna continuità stilistica con l’album precedente, se non consideriamo ovviamente il fortissimo imprinting melodico e creativo in senso lato che caratterizza il risultato finale.

Alcuni brani sono stati pubblicati per intero su YouTube e su SoundCloud poco prima del rilascio dell’album. L’ordine di pubblicazione e la selezione stessa dei brani hanno disorientato ogni aspettativa: non si riusciva avere una visione complessiva dell’album, e non si poteva “contestualizzare” il senso che alcuni brani avrebbero avuto all’interno del lavoro compiuto.
Nessuno può dire se questo sia stato un tentativo di sondare il terreno per la selezione dei singoli, per una bislacca promozione anticipata, o cosa.
Fatto sta, che l’uscita fuori tempo massimo dei video di Pressure Off e di Last Night In The City hanno contribuito a dare l’idea di un marketing singolare. Per lo meno non quello che ci si aspetterebbe dopo un accordo con la Warner Bros Records nel 2015, con il quale i Duran Duran hanno ceduto buona parte del back catalogue.

I suoni e la produzione

Sulle sonorità di Paper Gods ci sono gli elementi salienti del sound duraniano: synth-pop con sconfinamenti nel Funky (Pressure Off, Only In Dreams, The Universe Alone), Dance/Rock (Butterfly Girl), EDM (Last Night In The City, Danceophobia).

Non c’è solo una scelta “quantitativa” di sintesi elettronica: ciò che un tempo avrebbe avuto qualche speranza di sbocciare in una ballad Pop/Rock, si è dovuto arrendere alle nuove vesti elettroniche (What Are The Chances, You Kill Me With Silence). In fondo i Duran Duran hanno sempre utilizzato l’elettronica, ma questa volta la scelta è stata netta: il basso di John Taylor è spesso un basso gonfio e corposo, la batteria di Roger Taylor è quasi sempre “rivista” sinteticamente.
Nonostante questo, Paper Gods suona come un album aggressivamente moderno.

Sotto il nome Paper Gods sono stati rilasciati ben 17 (diciassette!) brani, sparpagliati tra le varie edizioni deluxe e giapponesi, per cui c’è di che riempirsi la pancia. Nile Rodgers produce insieme a Mark Ronson, ma la maggior parte del disco, tuttavia, ha il merito di Mr. Hudson e Josh Blair, due produttori più giovani che hanno aiutato a dare a Paper Gods un po’ di bagliore contemporaneo.

Con i Duran Duran suonano Nile Rodgers (Chic), John Frusciante (Red Hot Chili Peppers), Steve Jones (Sex Pistols), Davide Rossi (Goldfrapp), oltre a Mr Hudson, Janelle Monáe, e Kiesza.

La musica

Non ritengo Paper Gods uno dei loro lavori migliori, ma certamente riserva alcune punte di eccellenza, che meritano molto più di un ascolto attento.

Il brano di apertura, ad esempio, Paper Gods, è una piccola suite di 7 minuti, che incede lentamente verso il cuore musicale del brano, prende le pause giuste e riparte verso un finale trascinante.

A chiudere la setlist ufficiale dell’album c’è The Universe Alone, un piccolo capolavoro creativo. Il tema della religione, da sempre caro a Simon Le Bon, vede in The Universe Alone l’ultimo passaggio della sua evoluzione.

«[…]non ho paura di non esistere. Socrate diceva che se la morte è incoscienza, non c’è nulla di cui aver paura. […]Non voglio morire, e ho paura di tutto ciò che può uccidermi, di non essere più in questo mondo, di non vivere l’esperienza, di non vedere il sole sorgere al mattino, di non sapere cosa succede, di non essere parte di tutto questo. Ma è normale, non posso farci niente: è l’unica grande verità, tutti moriremo e dobbiamo accettarlo. Spero solo, in punto di morte, di essere preparato a tutto questo.»

The Universe Alone ha una spinta nuova e più positiva: “È bellissimo, il sole che muore / ed è la fine di ogni cosa”, “Com’è bella la fine di tutto / la dissoluzione di ciò che ruota e poi gira intorno”.

Pur accarezzando serenamente l’idea di un ritorno, si è da soli ad affrontare il proprio destino, la fine e anche –chissà– anche un’altro inizio.
«[…]La tentazione di demandare le proprie responsabilità a un dio è forte, ma preferirei invece vedere l’umanità prendersi le responsabilità delle proprie azioni. Ci vuole una buona dose di coraggio nell’affermare a testa alta: “Siamo soli, non c’è nessuno che si occupa di noi”.»

NELL’UNIVERSO DA SOLI

È bellissimo, il sole che muore
ed è la fine di ogni cosa
Dobbiamo avere un piano, amico mio
come se potessimo vivere tutto questo ancora una volta

Ti vedrò in un’altra vita
dall’altra parte di ciò che non sappiamo
Insieme abbiamo camminato una linea sottile
e ora affrontiamo l’universo da soli

Sono evidenti gli errori commessi
ma c’è qualcosa che cambieresti veramente?
Per vincere una volta, perdere, e poi vincere ancora?
Per avere tutto e poi sprecarlo nuovamente?

Ti vedrò in un’altra vita
dall’altra parte di ciò che non sappiamo
Insieme abbiamo camminato una linea sottile
e ora affrontiamo l’universo da soli

Com’è bella la fine di tutto
la dissoluzione di ciò che ruota e poi gira intorno
con il buio nel cuore dell’uomo
siamo tornati dove tutto è cominciato

Ti vedrò in un’altra vita
…nell’universo da soli
…nell’universo da soli
…nell’universo da soli

Riflessioni finali

Se in alcuni momenti i Duran Duran sembrano estremamente creativi, altre volte sono lucidi e sapientemente calcolatori (come quando fanno saltellare Janelle Monáe con Nile Rodgers in “Pressure Off“). Molto spesso, ancora, ridimensionano la loro apertura hipster con qualcosa di completamente insipido. L’album fluttua costantemente tra questi due estremi, in una tensione irrisolta tra l’eccellente e lo sciapito, che per certi versi rende intrigante e meritevole l’ascolto di Paper Gods.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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