Viene pubblicato “Come Taste the Band”, il decimo album in studio dei Deep Purple.

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E’ l’unico disco in studio realizzato dalla formazione cosiddetta “Mark IV”, costituita dai membri fondatori Jon Lord (tastiere) e Ian Paice (batteria), dal cantante David Coverdale, dal bassista-cantante Glenn Hughes e dal nuovo arrivato, il chitarrista americano Tommy Bolin, al posto del dimissionario Ritchie Blackmore.

La nuova formazione, dopo circa tre settimane di inattività per consentire a Bolin di ultimare il suo primo lavoro solista “Teaser”, cominciò a provare ai Pirate Sound Studios in California.

L’ispirazione del nuovo chitarrista sembrava inarrestabile e la sua vena contribuì in modo essenziale ad elaborare le varie idee.

Ero terribilmente sbronzo e cominciai a cantare per sbaglio: Come see the band, come taste the band!  Ecco quindi come è nato il titolo dell’album…dallo stupore di un ubriaco (Tommy Bolin)

In agosto il gruppo si trasferì ai Musicland Studios di Monaco per registrare il materiale precedentemente realizzato in California.

Ancora una volta dietro il banco della regia c’era Martin Birch, alquanto perplesso nei confronti del nuovo acquisto. Secondo lui Tommy era troppo eccentrico e, soprattutto, sostanzialmente inaffidabile.

In effetti l’incognita era dovuta principalmente al fatto che Bolin faceva uso di droghe e le sue precarie condizioni fisiche lo dimostravano senza ombra di dubbio.

Confidando però nel vantaggio di un ambiente sano tutti sperarono che, lontano dalle “cattive compagnie”, Tommy avrebbe saputo disintossicarsi. Era un rischio, ma il ragazzo suonava stupendamente ed i Purple confidarono di riuscire a tenere la situazione sotto controllo.

Intanto Bolin era entrato in perfetta sintonia con Glenn Hughes, un’amicizia che contribuì in misura determinante a mutare i vecchi indirizzi stilistici.

“Come Taste the Band” fu dunque il risultato di questa trasformazione: un’opera essenziale, quanto di meglio fosse stato realizzato dai tempi di “Made in Japan”.

La sua importanza è data dalla radicale rottura con il passato e dall’enorme entusiasmo che la pervade. Per il gruppo era come cominciare da capo e nessuno deluse le aspettative.

I brani sono su livelli qualitativi altissimi, da “Lady Luck”, perfetta per l’interpretazione di Coverdale, fino a “You Keep on Moving”, una canzone sinuosa ed inquietante.

Da segnalare inoltre le dure “Comin’ Home” e “Dealer”, in cui la voce di Coverdale ed il drumming di Paice gettano un ponte verso il passato della band.

L’hard rock è poi del tutto assente in brani come “Gettin’ Tighter”, un episodio in chiave funky-rock in cui si manifesta appieno la sintonia tra Hughes e Bolin e “This Time Around”, un esempio di soul bianco dove Hughes sfrutta finalmente al meglio la sua particolarissima voce, legato allo sfavillante strumentale “Owed to G”.

In poche parole, il disco è un capolavoro, creato in una situazione unica ed irripetibile.

Se il “Mark IV” avesse continuato ad esistere, i Purple avrebbero di certo potuto raggiungere traguardi superiori ad ogni aspettativa. Invece il destino dispose diversamente.

I problemi infatti emersero durante la successiva tournée che partì a novembre dall’Australia e toccò successivamente l’Indonesia, il Giappone e gli Stati Uniti, per poi concludersi in Inghilterra.

Se in studio era avvenuta una certa fusione, dal vivo la band era paradossalmente divisa in due tronconi: quello funky (Hughes e Bolin) e quello hard (Lord, Paice e Coverdale).

Questa spaccatura, aggiunta all’abuso di eroina da parte di Tommy Bolin, portò un sensibile abbassamento qualitativo delle esibizioni dal vivo del gruppo, che nella primavera del ’76 si sciolse definitivamente.

Purtroppo Tommy Bolin fece appena in tempo a realizzare il suo secondo album da solista, prima di essere stroncato da un’overdose dopo un concerto con la sua band, il 4 dicembre 1976 a Miami.

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