Colori sfumati, suoni taglienti, atmosfere oniriche, tra dolcezza e inquietudine…  liriche visionarie e apocalittiche di Pete Sinfield, tra sogno e leggenda che ricordano a tratti i testi del poeta gallese Dylan Thomas… e ancora la splendida voce di Greg Lake e un uso sapiente di mellotron, la chitarra di Robert Fripp con note lunghissime e distorsori al massimo e il sax amplificato e lancinante di Ian McDonald.

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Alla corte del Re Cremisi c’è tutto questo e anche tanto di più. Normale, lo si comprende subito, sin dall’ascolto delle prime note di “In the court of the Crimson King”, che siamo al cospetto dell’opera prima magnifica, dell’esordio (1969) di una delle band simbolo del rock progressive di tutti i tempi. Più che una band, un vero e proprio, al tempo stesso pretestuoso e grandioso, progetto o laboratorio musicale che ruota attorno alla figura carismatica del chitarrista inglese Robert Fripp, che si evolve negli anni a seguire con vari cambi di formazione, ma sempre nel rispetto di una “disciplina” musicale di tutto rispetto.

“In the court of the Crimson King” colpisce sin dalla copertina, che diventerà ben presto una icona progressive assoluta (realizzata da Barry Godber, giovane artista della Chelsea Art School), che introduce perfettamente il tema del primo brano dell’album, “21st century schizoid man”… voce distorta e chitarra e sax che si inseguono a ritmi serrati, fino alla dolcezza infinita di “I talk to the wind”  e alla potenza lirica di “Epitaph”. Il secondo lato dell’album si snoda tra le atmosfere antiche, quasi rinascimentali, di “Moonchild” e il “mondo” fatato e le sperimentazioni sonore di “In the court of the Crimson King”. Ma le parole non servono… e nemmeno le etichette… inutile aggiungere altro.. da ascoltare… In un mondo in cui tutto diventa fugace ed talvolta effimero, vale ancora la pena di emozionarsi, anche con la musica. Gli anglosassoni lo definirebbero “masterpiece”… capolavoro, appunto.

© 2019, Associazione Musicale Prog On. Riproduzione riservata.

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