Nasce a Sioux City il chitarrista statunitense Tommy Bolin.

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Inizia giovanissimo insieme agli Zephyr della cantante Candy Givens realizzando con loro due album tra il 1970 ed il 1971: “Zephyr” e “Going back to Colorado”, intrisi di quella atmosfera psichedelica propria dei tardi anni sessanta.

Più tardi lo ritroviamo con gli Energy, una straordinaria formazione di virtuosi che, ovviamente, si vede sbattere tutte le porte in faccia dall’industria discografica americana. Al riguardo Tommy ricordava così quegli anni:

“Avevo un magnifico gruppo verso il 1972. Ovunque ci esibissimo riempivamo il locale, ma ogni volta ci cacciavano via dopo la prima serata. Così io andavo dal proprietario e gli chiedevo: “Perchè ci licenzi? Il locale è pieno!” E lui inevitabilmente mi rispondeva: “Perchè la gente guarda soltanto e non balla, e se non balla non suda, e se non suda non compra da bere, e se non compra da bere vi butto fuori…”

Nel 1973 entra nella James Gang, una formazione di heavy-blues con molti punti di contatto col “southern rock”, dietro consiglio del loro ex chitarrista Joe Walsh ormai accasato presso i più famosi Eagles.

Tommy può così esprimere pienamente la sua bravura e la sua creatività nei due album realizzati tra il 1973 ed il 1974. Il primo di questi, “Bang!” contiene ottimi brani come “Standing in the rain” che mette in evidenza l’esuberanza del giovane chitarrista. Anche il successivo “Miami” è un ottimo disco, con punte massime in “Cruisin’ down the highway” e “Head above the water”.

La sua chitarra può anche essere ascoltata alla corte di due innovatori della batteria: Billy Cobham ed Alphonse Mouzon. “Spectrum”, datato 1973, è la prova di uno stile versatile, fluido, a perfetto agio perfino dinanzi ai passaggi più complicati. “Mind Transplant”, pubblicato con Mouzon nel 1975, completa il quadro di riferimento con soluzioni ardite e veloci fughe soliste.

E’ proprio grazie all’ascolto di “Spectrum” che Tommy venne scoperto casualmente da David Coverdale mentre i Deep Purple erano alla disperata ricerca di un chitarrista che potesse sostituire Blackmore.

“David mi telefonò e volle a tutti i costi che ascoltassi questo chitarrista prodigioso che diceva di aver scoperto in un LP jazz-rock. Ricordo che bevemmo un sacco di tequila, ascoltando quell’album più e più volte. Alla fine mi convinsi” (Jon Lord)

Il roadie Nick Bell lo informò che i Purple volevano provarlo per un’audizione. In realtà Bolin non fu molto stupito, nè tantomeno terrorizzato dalla richiesta. Andò alla jam quasi prevenuto nei confronti di un gruppo di cui conosceva poco o niente, scioccandoli prima di tutto per il suo aspetto: aveva infatti i capelli spruzzati di verde, giallo e forse anche blu.

In ogni caso Tommy si presentò all’audizione mostrando quello di cui era realmente capace. E’ infatti indiscutibile che tecnicamente fosse perfino superiore a Blackmore, grazie ad una solida preparazione jazz ed alla sua cospicua attività di session man.

La band aveva dunque il suo chitarrista ma una grave incognita era data dal fatto che Tommy faceva uso di droghe e le sue precarie condizioni fisiche lo dimostravano senza ombra di dubbio.

Intanto Bolin fu impegnato a completare il suo primo lavoro solista “Teaser”, un album costituito da una raccolta eterogenea di brani strumentali e cantati. Esplosioni di furia jazz-rock (Homeward Strut, Marching Powder) si alternano a semplici divertimenti (Savannah Woman) e solidi esempi rock (Wild Dogs, Lotus). Le parti chitarristiche sono eccellenti e la voce di Tommy dà buona prova delle sue qualità.

La nuova formazione dei Purple dopo circa tre settimane di inattività cominciò a provare ai Pirate Studios di Los Angeles nell’estate del 1975. L’ispirazione del chitarrista sembrava inarrestabile e la sua vena contribuì in maniera essenziale ad elaborare le nuove idee. In agosto si trasferirono ai Musicland Studios di Monaco per registrare il materiale precedentemente realizzato in California. Il suo contributo portò una forte carica funky e rock-jazz, indispensabile per rinnovarsi.

Il risultato di questa trasformazione fu “Come taste the band”, un’opera essenziale la cui importanza è data dalla radicale rottura con il passato e dall’entusiasmo che la pervade. I brani sono su livelli qualitativi altissimi, da “Lady Luck”, perfetta per l’interpretazione di Coverdale, fino a “You Keep on Moving” una canzone sinuosa e inquietante. Un cenno a parte meritano poi “This time Around” un esempio di soul bianco dove Hughes sfrutta finalmente al meglio la sua particolarissima voce e lo sfavillante strumentale “Owed to G”.

Intanto Bolin era entrato in perfetta sintonia con Glenn Hughes e questo provocò una certa divisione all’interno del gruppo: dal vivo infatti la band era paradossalmente divisa in due tronconi: quello funky (Bolin e Hughes) e quello hard (Coverdale, Lord e Paice). Questa spaccatura, aggiunta all’abuso di eroina da parte di Tommy, portò un sensibile abbassamento qualitativo delle esibizioni dal vivo del gruppo, documentato dal postumo “Last Concert in Japan”, che nella primavera del 1976, dopo l’ultima data all’Empire Theatre di Liverpool del 15 marzo, si sciolse definitivamente.

Dopo lo scioglimento dei Deep Purple, il chitarrista proseguì la sua carriera solista dapprima realizzando il suo secondo album “Private Eyes” e, negli ultimi mesi del ’76, formando la Tommy Bolin Band e coinvolgendo musicisti di livello come Narada Michael Walden (batteria), Mark Stein (tastiere), ecc..

Il gruppo iniziò una intensa attività concertistica nei piccoli clubs aprendo gli spettacoli di Jeff Beck. Il responso del pubblico seppur limitato era caloroso e nonostante le difficoltà sembrava esserci una prospettiva per il futuro. Invece la vita di Tommy si è fermata a Miami il 3 dicembre 1976, a causa di un mix letale di alcool e droga, dopo l’ultimo show a cui non aveva voluto mancare.

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